Papa Francesco al Giubileo dei giornalisti: “Comunicare è uscire”. Proprio come la missione

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C’è una strettissima relazione tra comunicazione e missione. Lo ha sottolineato papa Francesco, sabato scorso (25 gennaio 2025) ai giornalisti, durante il Giubileo della comunicazione, primo appuntamento dell’Anno santo.

Aveva preparato un discorso di nove pagine, come lui stesso ha detto, ma ha preferito non leggerlo, parlare a braccio, consegnando poi il testo.

«Comunicare – ha esordito in spontaneità – è uscire un po’ da sé stessi per dare del mio all’altro. E la comunicazione non solo è l’uscita, ma anche l’incontro con l’altro. Saper comunicare è una grande saggezza», ha affermato.

“Uscire da sé stessi”, “incontro con l’altro”.

Sono definizioni che ha dato della comunicazione. Ma sono definizioni che dall’inizio del suo pontificato dà anche alla missione, cioè all’azione dell’annuncio.

La relazione tra comunicazione e missione, papa Francesco l’ha sottolineata sin dalla sua prima esortazione apostolica: nell’Evangelii Gaudium, infatti, esprime il concetto di “comunicare Gesù Cristo”.

Si legge: «La gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio-culturali» (EG 30).

E certamente non è un caso se in questa esortazione apostolica, il papa ha utilizzato per ben 13 volte il verbo “comunicare” e per 11 volte il sostantivo “comunicazione”. Proprio a sottolineare che la missione è comunicazione e viceversa.

Nel suo messaggio per il Giubileo della comunicazione, il pontefice approfondisce anche aspetti più concreti.

Come l’importanza del modo con cui si fa comunicazione: «Il linguaggio, l’atteggiamento, i toni possono essere determinanti e fare la differenza tra una comunicazione che riaccende la speranza, crea ponti, apre porte, e una comunicazione che invece accresce le divisioni, le polarizzazioni, le semplificazioni della realtà», mette in guardia i giornalisti.

E sottolinea che uno degli obiettivi dei comunicatori è anche quello di «far rinascere – nel cuore di chi vi legge, vi ascolta, vi guarda – il senso del bene e del male e una nostalgia per il bene che raccontate e che, raccontando, testimoniate».

Insomma, la testimonianza non può venir meno perché con il proprio operato i giornalisti suscitano solidarietà e testimoniano il bene, proprio come gli evangelizzatori nei loro contesti di missione.

Anche loro contrastano la globalizzazione dell’indifferenza.

Anche loro tutelano (o almeno dovrebbero farlo) le persone in situazione di povertà, emarginazione, esclusione sociale. Anche loro sviluppano empatia e suscitano inquietudine verso chi vive nel disagio.

In un mondo sempre più affamato di speranza, papa Francesco ha concluso con un appello ai comunicatori di tutto il mondo:

«Raccontate – ha esortato – anche storie di speranza, storie che nutrono la vita. Il vostro storytelling sia anche hopetelling. […]

Raccontare la speranza significa vedere le briciole di bene nascoste anche quando tutto sembra perduto, significa permettere di sperare anche contro ogni speranza.

Significa accorgersi dei germogli che spuntano quando la terra è ancora coperta dalle ceneri.

Raccontare la speranza significa avere uno sguardo che trasforma le cose, le fa diventare ciò che potrebbero, che dovrebbero essere».

E anche quest’azione trasformatrice è propria anche di chi ha fatto della missione il suo obiettivo di vita.