«Il cammino sinodale qui in Africa è già realtà! i laici sono impegnatissimi nelle chiese e nelle parrocchie: è un sinodo di fatto che va avanti da decenni».
A dirlo da Lusaka, capitale dello Zambia, dove vive, è padre Antonio Guarino, missionario comboniano.
Nella stragrande maggioranza dei casi chi fa il lavoro più importante, con i diversi gruppi, sono i catechisti.
«La Chiesa africana è più laica di quelle occidentali, ancora in certo modo piramidali: in moltissime comunità africane (almeno in quelle che io conosco) è tutto un camminare insieme. Il sacerdote appoggia i laici, ma non ha una posizione di vertice», almeno non nelle comunità più numerose ed attive, dove i preti scarseggiano e i fedeli sono tanti.
In base all’esperienza del comboniano emerge che: «il prete fa quello che deve, ma se non ci fosse tutta questa realtà diversificata attorno a lui, potrebbe fare ben poco!».
Spiega il comboniano: «La Chiesa africana vive di sinodalità è un cammino spontaneo fatto insieme, dal gruppo dei chierichetti a quello dei carismatici, dal gruppo del coro a quello delle donne, dell’assistenza ai più poveri ecc…».
Parliamo di contesti nei quali le diocesi sono immense e le distanze notevoli: si tratta di percorrere spesso decine, se non centinaia di chilometri per raggiungere le parrocchie e «in un Paese come lo Zambia il sacerdote non può arrivare ovunque».
Le persone vanno nella chiesa diocesana una volta al mese, ma per il resto le liturgie avvengono nelle out-station, le piccole chiese di prossimità, spiega padre Guarino.
«Io credo che se anche noi missionari andassimo via, la Chiesa procederebbe ugualmente sulle sue gambe, perchè è formata ormai da pietre vive!».
Non in tutti i Paesi la percezione è la stessa però. Nonostante l’abitudine all’auto-organizzazione, che resta un po’ la costante nelle immense diocesi africane, il sinodo indetto dal Papa è qualcosa di più complesso e lancia sfide interessanti, come spiega don Lucio Brentegani, fidei donum a Bafatà, in Guinea Bissau.
«Nella diocesi di Bafata abbiamo creato la Commissione del sinodo, di fatto abbiamo organizzato delle attività ma è difficile incontrarci, anche tra missionari. Speriamo che il Covid non ci ostacoli ulteriormente», dice il fidei donum.
Don Lucio spiega, che pur essendoci di fondo meno individualismo, meno chiusura e più partecipazione della gente alla vita della parrocchia, anche in Africa il confronto sinodale non è esattamente immediato.
«Noto due cose: che i missionari arrivati da pochi mesi dal Brasile o dall’Italia dicono che in Guinea Bissau è facile trovarsi e questo può essere considerato “un sinodo di fatto”, ma io che vivo qui da più tempo vorrei di più: le congregazioni sono autonome e vanno per la propria strada, suore e sacerdoti non si incontrano con facilità e i diocesani cercano di fare quello che possono ma il coordinamento annaspa».
L’elemento della distanza, per un verso avvantaggia i laici, dice don Lucio, per l’altro rende impossibile «coordinare chi abita a 50-100 km l’uno dall’altro».
«Nella nostra Chiesa della Guinea Bissau c’è ancora da lavorare: il sinodo è una opportunità strategica ma non si costruisce dall’oggi al domani».