«Se l’auto parte e se trovo la benzina vengo a prenderti in aeroporto».
Così mi risponde padre Luigi More, francescano conventuale, missionario a Matanzas, a 100 km da l’Avana.
A Cuba oggi il problema è anche la benzina. Che non si trova, e quando arriva ci sono decine di auto
in fila per il rifornimento.
Due sono i modi di vivere a Cuba: quello del turista, che alloggia nelle case o negli hotel, e spende la valuta pregiata nei piccoli empori frutto della liberalizzazione dell’economia; e quello del popolo cubano, che vive con i pesos, la moneta locale, e va a ricevere i beni di prima necessità dal governo nelle bodeghe, piccoli negozi dove si accede con la tessera sulla quale si segna mensilmente quello che serve: pollo, zucchero, sale, pane.
Quando si sparge la voce e arriva il pollo, tutti si mettono in fila.
E se finisce prima, tutti di nuovo in coda quando ricompare…
La vita del missionario, della sua come di quella degli altri, è un elenco di eventuali possibilità: “se c’è la benzina, se c’è l’energia elettrica… se e se.
Si vive giorno per giorno, come fa la gente.
In questa situazione anche le attività sociali proposte dalle parrocchie sono alla giornata: la mensa per i più bisognosi, un tempo proibita perché “nessuno a Cuba aveva bisogno”, oggi è una realtà più che tollerata e funziona se c’è la corrente elettrica.
La mancanza di corrente elettrica è diventata un’emergenza nazionale, causa l’uragano che a metà novembre ha fatto danni ingentissimi all’infrastruttura ma anche a causa di una situazione economica sempre più critica per l’isola, soffocata dall’embargo americano e dalla crisi delle relazioni internazionali (vedi Russia e Venezuela) che lo
aggiravano.
(Per leggere l’intero reportage di Annechini si può scaricare gratuitamente il NotiCum di gennaio).